Sanremo, ciclone Benigni. Lezione sull'inno di Mameli

Il ciclone Benigni si muove tra storia e attualita', e non rinuncia affatto alla satira politica, un po' come ci aveva abituato con le sue lecture dantis. Ma questa volta si applica sulla storia e il significato del Canto degli Italiani, meglio conosciuto come l'Inno di Mameli o Fratelli d'Italia. L'attore toscano premio Oscar entra in scena alle 22.25 e tiene banco per 40 minuti. Robertaccio sorprende tutti con un ingresso a cavallo, alla garibaldina.

L'attore entra all'Ariston dal fondo della platea su un cavallo bianco, imbracciando una bandiera tricolore. "Buonasera a tutti e di nuovo viva l'Italia". E subito agguanta l'attualita': "Avevo dei dubbi ad entrare a cavallo perche' in questo momento ai cavalieri non gli va tanto bene...". Poi assicura: "Parlero' assolutamente solo dell'Inno di Mameli". Ma neanche per idea mantiene le promesse: "Dov'e' la vittoria sembra scritto per il Pd". Poi prosegue a ritmo pirotecnico: "L'Italia c'ha 150 anni e' una bambina, una minorenne. Non ce la faccio -confessa- lo so che gliel'ho promesso di non dire queste cose ma non ce la faccio". Cosi' via giu' sul sexygate berlusconiano: "D'altronde e' nato tutto a Sanremo.

La Cinquetti che cantava 'Non ho l'eta' e si spacciava per la nipote di Claudio Villa". "Ma parliamo dell'inno... anzi no, una parola sola: Ruby Rubacuori.. l'ho detto. Oh, se non ti piace -dice come parlando col premier- cambia canale, vai sul due, anzi no che c'e' Santoro. Meglio stasera se vai al letto. Ma questa Ruby per vedere se era la nipote di Mubarak, bastava andare all'anagrafe e vedere se Mubarak di cognome fa Rubacuori. Ma ci voleva tanto? Ci sono due persone in Italia che telefonano continuamente.. una e' qui", dice guardando in platea il direttore generale della Rai Mauro Masi. "Ma pensate alla bolletta.. L'unita' d'Italia e' sacra, pensate a dividere l'Italia in tre. Tre costituzioni, tre Berlusconi, tre Benigni, tre Sanremi.. no, non si puo'".

Benigni accenna ai grandi patrioti ma subito il discorso torna all'attualita': "Silvio Pellico ha scritto 'Le mie prigioni', un libro bellissimo. Prima di trovare un altro Silvio che scriva un libro cosi' ce ne vuole... L'eroe dei due mondi era Garibaldi non Marchionne. Ha spostato la capitale da Torino a Detroit. Verdi aveva gia' previsto con 'Va' pensiero' la fuga dei cervelli". Poi inizia davvero la sue esegesi dell'Inno di Mameli, punteggiata comunque da battute sull'attualita': "L'italia s'e' desta. Svegliamoci. Svegliatevi". "Dov'e' la Vittoria? Le porga la chioma, che' schiava di Roma, Iddio la creo'. Umberto -dice Benigni rivolto idealmente a Bossi- schiava di Roma non e' l'Italia, e' la vittoria.

Umberto, hai capito? Che c'e' li' pure tuo figlio Renzo?". Benigni prosegue con la sua analisi storico-filologica dell'Inno: "Stringiamci a coorte/Siam pronti alla morte/L'Italia chiamo'", declama e poi sottolinea: "Coorte non e' la corte, e' la decima parte della legione romana, 600 fanti. Come dire l'unione fa la forza. Come dice Morandi: stiamo uniti".

Finale nel segno dell'emozione per l'esibizione di Roberto Benigni. Iniziata nel modo piu' dissacrante la performance del premio Oscar si conclude dopo quasi un'ora di monologo con l'attore che canta a cappella l'Inno di Mameli commuovendosi lui stesso sul finale e facendo commuovere gran parte della platea dell'Ariston che si alza in piedi per tributargli una standing ovation.